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"Nadezda"

Segue il nuovo racconto breve di Carlo Felice Tassini per la rubrica letteraria:

 

Nadežda

 

 

 

Il pomeriggio del 30 gennaio 1899 nevicava forte a Sofia.

Il lungo viale che dal cancello in ferro battuto raggiungeva l'entrata del palazzo reale era stato liberato dalla neve già tre volte quel pomeriggio e ormai era sera. Le siepi del giardino erano informi sagome bianche. Non si udiva un suono.

La giovane donna, in vestaglia, stava seduta su di una larga poltrona a braccioli; i piedi poggiavano su uno basso sgabello imbottito. Alcune ciocche di capelli appiccicati al viso e la fronte sudata dicevano del suo stato sofferente.

Nonostante fosse così vicina alla grande finestra da sentirne gli spifferi d'aria gelida non si allontanava. Manteneva lo sguardo fisso al cancello e ogni tanto lo abbassava per controllare il viale, come se qualcuno avesse potuto eludere il suo controllo. Dopo aver bussato piano, una servetta entrò nella stanza, accennò un inchino e si avvicinò al caminetto. Maria la osservò assente. Aiutandosi con un attizzatoio la giovinetta sistemò un paio di ciocchi di legno sugli alari, poi le si avvicinò.

- Principessa ha qualcosa da comandare?

Maria riprese a guardare oltre la finestra. Con un cenno della mano le diede il permesso di ritirarsi. Un leggero scoppiettio proiettò un tizzone ardente dal camino al centro della stanza. La serva fece per raccoglierlo ma la donna decisa la bloccò:

- Ferma!

La tosse la colse all'inizio dell'inspirazione e per più di qualche secondo non riuscì a prendere fiato. Poi, finalmente, la respirazione riprese regolare. Le succedeva da settimane ormai, la prima volta si era fatta prendere dal panico. La sera prima, i colpi di tosse erano continuati fino quasi farle perdere i sensi. Ora si limitava ad aspettare che la tosse si calmasse facendosi il segno della croce. Tossiva fino a diventare paonazza. Le guance si rigavano di lacrime da sforzo. Il dottore della famiglia reale l'aveva visitata più volte e aveva fatto venire apposta un suo collega esperto di malattie respiratorie. Li aveva visti confabulare a voce bassa, di spalle, per più di qualche minuto. Poi glielo avevano detto:

- Purtroppo Principessa... la tosse è del tipo profondo. Non si tratta dunque né di trachea né di bronchi. Temiamo che si tratti di mal di polmone. Invero... ne siamo certi.

 

Il tizzone sul pavimento pulsava di luce come l'addome di una lucciola e Maria non riusciva a distogliere lo sguardo. Quanta vita sembrava avere quella brace. Maria si aprì la vestaglia e accarezzò il proprio di addome. Una piccola fitta poco sopra l'ombelico le ricordò che anche lei era viva e che un'altra vita cresceva in lei. La levatrice le aveva detto che la forma della pancia indicava che si trattava di una femmina. Maria le aveva chiesto di non dirlo a nessuno, neppure al marito, soprattutto al marito.

Parlare la faceva tossire e tossire le infuocava il torace e allora aveva preso a scrivere. Le avevano portato una tavoletta di lavagna e qualche gessetto, comunicava così, il più delle volte rispondeva o poneva quesiti con poche parole, a volte una sola. Prima di uscire dalla stanza alla serva era capitata la parole “Consorte?”. Non aveva saputo rispondere.

 

La sera si infittiva sul viale e così anche i pensieri nella mente febbricitante di Maria.

Sono a termine con il tempo... che buffo... a termine con il tempo... lo sono sia per la gravidanza che per la vita. Si vede che è destino; anche mia madre è morta di parto, certo non per il male dei polmoni... ma è pur sempre morta dando la vita. Io non so se riuscirò. Non so se la mia bambina vedrà la luce. Quando ho confidato a Ferdinando che mi sento di morire mi ha risposto di non dire sciocchezze, e ha aggiunto: - Un poco più di brio, signora moglie, e vedrà che riuscirà a darmi un altro bel maschietto!

Morirò, ecco tutto, morirò fra qualche ora, insieme a mia figlia. Nel primo mese di questo 1899, moriremo insieme il secolo, io, e mia figlia che forse non nascerà neppure. Mia figlia, io e il secolo... zero, ventinove e 100 anni, ognuno con la propria storia, breve o lunga che sia, ci perderemo in un istante.... Fra poco la conoscenza delle cinque lingue che parlo, i miei dipinti, il mio talento nel suonare il pianoforte insieme alla passione per le opere di Dante e Leopardi assumeranno il loro vero valore, il peso reale. Ferdinando probabilmente obietterebbe che sarà il 1900 l'ultimo anno del secolo e mi toglierà anche la piccola soddisfazione di morire in un momento importante e unico. Per quanto, a ben pensare, ogni momento può essere importante e certamente è unico. La verità è che non mi ha mai amata e non posso neppure biasimarlo poiché la mia bruttezza lo ha tenuto lontano e lo ha costretto ad atteggiamenti innaturali per qualsiasi sposo. Ma almeno mi ha trattato con rispetto, un freddo e distaccato rispetto. Chissà quanto vivrà lui, chissà se diventerà Zar di Bulgaria. Quanto vedrà del nuovo secolo? Quali novità... e... chi sarà la sua nuova sposa?

Una fitta al basso ventre la ricondusse alla realtà. Fu la prima di una lunga serie di contrazioni che le precedenti gravidanze le avevano insegnato a riconoscere.

 

Il 31 gennaio Ferdinando I era uscito presto ed aveva trascorso l'intera giornata fuori dal palazzo reale insieme al suo primogenito Boris. Al bambino era permesso di vedere la mamma per pochi minuti al giorno e, mentre ai suoi fratelli più piccoli Kyril ed Eudossia questo non sembrava pesare, a lui trasmetteva ansia. Il giorno prima aveva festeggiato i suoi 5 anni e nonostante la festa di compleanno fosse stata la cosa più bella della sua breve vita, qualcosa di strano e indefinito a cui non riusciva a dare un nome non gli aveva permesso di gioirne pienamente. Quella sera non riuscì a prendere sonno. Coricato nel proprio letto aveva più volte richiamato alla mente i momenti belli della giornata: quando aveva sguainato per la prima volta lo spadino in ottone, lo spettacolo con i pupazzi di pezza e la testa di legno, il carillon, il cannoncino lancia palline, i dolciumi e altro ancora, ma non era completamente soddisfatto. Era ormai notte fonda quando decise di parlarne con la mamma, in quel momento ricordò di non averla vista tutto il giorno. Raggiunta la sua camera era stato fermato da una dama di compagnia proprio sulla porta. La donna lo aveva convinto a tornare a letto e gli aveva raccontato tante belle storie. Boris sapeva che non erano vere ma siccome si era accorto che finivano sempre bene le aveva ascoltate con piacere fino ad addormentarsi. La mattina seguente, nonostante il freddo e la neve, il padre lo aveva portato fuori con sé di buon ora. Il bambino aveva chiesto di rimanere a palazzo per giocare con i fratelli e i nuovi giochi ma Fernando I con aria solenne e sguardo serio gli aveva detto: - Oggi capirai per la prima volta quanto è difficile e quanta forza richieda essere il principe ereditario Boris di Bulgaria!

Boris non capì, almeno non per tutto il tempo che passò in carrozza prima di arrivare al posto che odiava di più al mondo. Nonostante la neve avesse camuffato la strada, quando imboccarono l'entrata alla piccola piazza con il fondo in sasso riconobbe immediatamente il posto. Scostò ulteriormente la tendina della finestrella della carrozza e dopo un'ulteriore occhiata all'esterno le lacrime presero a rigargli il volto.

- Siamo davanti alla vetrina della più antica e rinomata pasticceria di Sofia e piangi?

- Io non voglio dolci. Li ho già avuti ieri, al compleanno. Riportami a casa!

Il padre visibilmente irritato prese il figlio per un braccio e lo trascinò a forza fuori dalla carrozza. Mentre raggiungevano la pasticceria, il bambino tentava di liberarsi dalla presa e ripeteva disperato che non voleva altri dolcetti, che li aveva già avuti il giorno prima. Fermatosi davanti alla vetrina Fernando I si fermò di colpo e lasciò il braccio del figlio. Boris cadde in ginocchio, ora singhiozzava piano, senza parlare.

- Ora ricordo... ti ho già portato qui un'altra volta, vero?

Il bambino annuì.

- Quando?

- Quando mi hai detto del cavallino!

- Sì, il cavallino...

- È stato quando mi hai detto che il mio pony era morto!

Lo sguardo di Ferdinando I oltrepassò la vetrina della pasticceria. Poggiato tra una torta e un vassoio di caramelle assortite c'era un cartello multicolore sul quale era scritto: Qui abbiamo già le cose buone del nuovo secolo!

 

Poco prima della mezzanotte del 30 gennaio il dottore della famiglia reale era uscito dalla camera della principessa seguito dalla levatrice. Insieme avevano combattuto una lotta vinta solo a metà. Visibilmente provati sedettero in silenzio su un ampio divano per qualche minuto, poi il medico disse:

- Che caso... e nata lo stesso giorno del fratello Boris. Ricorda cinque anni fa? Com'è stato tutto diverso, vero? Tutto diverso...

La donna fece per rispondere. Il medico la bloccò con un cenno e riprese a parlare:

- Quando la bimba si sveglierà avrà fame, bisogna cercare una balia al più presto. Nel caso non la si trovi subito si può provare con del colostro bovino, a lei la scelta della diluizione.

- Bene, farò del mio meglio.

- C'è un'altra cosa sulla quale le chiedo ancora di collaborare...

La levatrice rimase in silenzio e con sguardo attento fissò il dottore.

- Vorrei che tenesse il massimo riserbo su ciò che è accaduto questa sera. Più tardi redigerò personalmente un documento ufficiale e spiegherò al principe l'accaduto. A proposito, sapete dov'è?

- Credo sia in biblioteca.

- Le risulta che la principessa avesse già pensato ad un nome per la figlia?

- Lo ha lasciato scritto sulla lavagna...

- A sì? E come si chiamerà?

- Nadežda.

Il dottore scosse leggermente il capo e sembrò sorridere.

- Nadežda, certo...

La donna lo guardò con fare interrogativo. L'uomo chiuse gli occhi e si massaggiò piano le palpebre. Poi, sovrappensiero, si avviò lento verso la biblioteca.

Un'ora dopo, nel buio della carrozza che lo stava riconducendo a casa, poco prima di assopirsi vinto dal sonno e dalle fatiche di quella notte, pensò:

 

Nadežda, che bel nome. L'ultimo regalo di una principessa ad una figlia che non vedrà mai, un nome che dice del suo amore di madre e della sua volontà di sostenerla... nonostante tutto, nella sua vita, nel nuovo secolo. Sì, un bel regalo chiamarla... Speranza. 

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