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"Curriculum Vitae"

Segue il racconto breve in stile medievale di Carlo Felice Tassini. Il racconto tratta di un cavaliere che si propone con il proprio curricolum vitae come "campione" nella sua battaglia personale, alla regina di cui è innamorato.

 

Curriculum Vitae

 

Perdonate mia Signora se nello scrivervi del volgo uso l’idioma: ma furon gli anni della pugna, con le trombe, i tamburi e il tanto nitrir d’equino, che mi costrinsero a gridar ordini a decine in tal parlare… che oggi mi vien facil continuare.

Ebbene mia Regina è con lo presente scritto ch’io intendo ripropormi campion Vostro. Purtroppo come già l’anno passato so già di non aver molte speranze, ma son a pregarvi: lasciate che m’impegni contro il male che V’uccide, che gli possa infranger addosso la lancia mia affinch’esso dimentichi d’aggreddir la mente ch’amo.

Sì, splendida perla, io torno a Voi per ciò che voci m’han lontano riportato. Si dice in ogni dove che il dì della morte dell’uom Vostro il mal della pazzia Vi colse a tradimento e che d’allor sospiriate a cantilena:

 

“Cavalieri smettete il cozzar di scudi e lame e raccontatemi ciò che fu la vita vostra, se riuscirete a distrarre il pensier dal suo oblio, forse ritroverò il senno e l’equilibrio mio…“.

 

Ed io son qui e questa è la mia vita:

sono Ottone il Bretone, figlio bastardo di Giustino il Rosso; ebbi i natali in un sventurato giorno di un mese d’estate dell’anno 1380 rubando la vita alla madre mia, per questo il Rosso decise di scacciarmi e d’allora fui errante. Ma chiunque sa che per trovarmi deve cercare di poco dentro la selva detta del boscovecchio. Fino ad oggi non presi donna in sposa poiché chi amo Voi sapete e non c’è collina o monte o landa desolata, ch’io conosca, dove qualcuno possa dir d’essermi figlio.

Come Vi ho scritto, non fui dal padre amato e solo più tardi ebbi un tutore eminentissimo dell’Università pavese, che avente il nome Sylanus Niger certo conoscerete. Esso m’avvicinò allo studio dei testi e all’uso delle affilate armi per la qual cosa so scrivere in latino e uccider chicchessia. Conosco molte leggi della scienza e della medicina, ed ho ben curato tanti sodali d'armi sia per manifeste ferite al corpo che per gli invisibili colpi all’anima. Il far di conto, mi è stato appena necessario perciò… soltanto un po’ ne so.

Conosco il gioco degli scacchi e la danza mi diverte (e sovente m’immagino con Voi in tali spassi indaffarato!).

Ciò che ho imparato presto, da militar che sono stato, è che della morte è giusto aver timore e chi non la paventa è un pazzo e intimamente vuol morire. Risoluto quanto basta nell’affrontar ciò che la vita ci propina, non cercai mai soccorso oltre le braccia mie se non nel segno della croce e tenendo ben lontano l’alchimia.

 

Ho servito molti anni il mio Signore e vostro sposo, il Re. Come guardia del castello ebbi un dì l’onore di salvarlo da un agguato e quando m’accasciai al suolo al posto suo, con il taglio di una lama nel costato, ricordo che mi disse:

 

“…soldato non ho il potere di mantenerti in vita, ma se Dio vorrà tu sarai presto cavaliere”.

 

Ed io lo fui.

Dopo che la spalla mia vibrò per un istante sotto il colpo di piatto della sua spada, partii e misi la mia forza, ed il coraggio di guerriero, al servizio di nobil cause. Da allora i miei segni distintivi furono la lealtà e la fedeltà alla parola data. Negli ultimi cinque anni ho combattuto riportando molte ferite. Ho arrossato di sangue ogni cavallo, persino il fiato loro parea di fuoco colorato: dalle nari piccoli scoppi di vapore e lo sguardo allucinato erano lì per ricordarmi la fatica e il periglio insiti nel mio mandato. Per fortuna le insegne Vostre non ho mai visto cadere, ma… Lui sì sapete? Questa volta ero distante e arrivai sulla figura del consorte Vostro che si era ormai seduto.

So di Re tornati umani, degradati dalla morte. Il mio Signore rimase tale e non proferì che poche parole:

 

“Cavaliere io so che Voi amate la Regina… vegliate su di Lei dunque, poiché io più non posso…”.

 

Morì che sembrò addormentarsi, coricandosi s’un fianco. All’ombra fresca d’una arbustiva cinta, una grande e lunga siepe, mi par di ricordar fosse di bosso.

Dunque ho combattuto per la Corona, con forza e convinzione, e la mansione mia da sempre è stata quella; ma l’incarico è cambiato. Da qualche tempo, Ve lo dico, per Voi non sono più un soldato ma l’amico sincero che Vi manca. Io non comando più uomini d'arme, il mio progetto è mutato e son qui sol per la Regina.

Apritemi la mente se potete; chiudete gli occhi mia Sovrana, e lì nel buio dovreste intravedere la fessura. Uno strappo luccicante sul tessuto dell’apparente nessun oltre. Lasciatemi entrare, Vi prego, attraverso quel piccolo pertugio, solo così potrò scorgere le orme che la pazzia ha lasciato nell’animo Vostro.

Non temete ho esperienza contro il male della mente poiché ogni volta, iniziata una battaglia, ha tentato d’aggredirmi. Oltre a ciò ho il mandato del Re, ricordate? Fatemi entrare dunque, non Ve ne pentirete. Fidate in ciò che dico: che sia partita a scacchi o danza, presto di nuovo ne gioirete.

Ancora avete dubbi? Allora fatelo per me, ch’io possa un giorno aggiungere al curricolo mio che scacciai la malattia dalla mente della Regina amata.

Al boscovecchio Signora, lì attendo vostre missive. Scommettete su di me, non Ve ne pentirete!

Ancora oggi è un triste giorno poiché so che forse non mi sceglierete. Aggiungo solo che se vorrete, Vi seguirò laddove bisogna, in capo al mondo, e tosto non temete!

E se di compenso devo parlare, sappiate ch’esigerò d’esser pagato tanto:

dovrete sorrider meco, mia Signora, e sto dicendo di un sorriso rinfrancato.

Uno sguardo dolce di Regina... unica donna che ho da sempre amato.

 

Una carezza al viso ed un inchino.

 

 

Il Cavalier Ottone il Bretone

figlio bastardo di Giustino il Rosso,

…amante silenzioso e medico... se posso…

 

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