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"Il Pesce Luna"

Segue il nuovo racconto per la rubrica letteraria di Carlo Felice Tassini:

 

Il pesce luna.

 

 

Quella mattina entrai al museo di zoologia verso le 9.30, seguito dalla schiamazzante 2a A dell’Istituto Tecnico “Amaldi” di Bologna. Entrando con i ragazzi dall’ingresso di via Selmi 3, mi accorsi subito che qualche “mente illuminata” aveva fatto spostare un sacco di vetrine per dare spazio ad uno strano baldacchino in legno; struttura che pareva montata alla rovescia e che, negli intenti dell’autore, doveva richiamare il concetto di “evoluzione della specie”. Tra gli studenti ci fu chi ipotizzò che si trattasse di materiale di un imballo; forse avevano appena consegnato una statua in cera di Darwin…

Cercai subito i “miei riferimenti”. Fortunatamente c’erano ancora: il rinoceronte era stato spostato dal centro della sala, ma rimaneva in ogni modo bene evidente qualche metro più a sinistra, mentre il pesce luna era sempre là, appeso ad almeno cinque metri d’altezza. Già, quel pesce lo conoscevo bene…

Nome scientifico: Mola mola. Il Profilo del corpo, visto di lato, è quasi circolare, compresso sul piano longitudinale orizzontale. La testa occupa circa un terzo della lunghezza totale dell’intero animale, con una piccola bocca dai larghi denti a fuso. Un pesce di circa tre metri che ispira tenerezza per la goffaggine delle forme, e tristezza per gli inespressivi occhi di vetro scelti dall’impagliatore.

Mentre cercavo di coinvolgere i ragazzi raccontando loro che quell’esemplare era stato trovato spiaggiato poco lontano da Rimini, fummo invitati dal custode ad allontanarci di qualche metro da quel settore del museo. Di lì a poco, infatti, avrebbero fatto scendere e sganciato dai cavi il pesce luna, per sottoporlo al trattamento conservativo di cui ormai abbisognava.

“Dieci anni oggi”, pensai. Che incredibile coincidenza! Mi sovvenne che quel trattamento doveva essere fatto ogni dieci anni, e che la data del precedente intervento di mantenimento la scrissi io stesso, proprio sul registro che il custode teneva sottobraccio.

A quell’epoca, fresco di laurea, avevo vinto una borsa di studio. Il professore di Zoologia mi presentò una studentessa del quarto anno di scienze naturali, di cui, diceva, si fidava in modo particolare; solo più tardi seppi che ne era il padre. Con lei avrei dovuto ripulire, e qualche volta rattoppare, un certo numero di esemplari animali in esposizione al museo. Non ne ricordo più il nome, ricordo solo che era bionda, carina, ed abbondava nell’uso della matita per gli occhi.

Il lavoro era delicato ma nell’insieme semplice: ad una prima fase di spolveratura a pennello, ne seguiva una di lavaggio con acqua calda e spugnette; il tutto finiva con spennellate a base di formalina. Lavorammo tanto, fianco a fianco, per più di tre mesi. Fu inevitabile, credo: mi presi una bella cotta…

Quanto coraggio serve per dichiararsi ad una donna? A me n’è servito sempre tanto, spesso troppo. Sin d’allora. Così, mentre il tempo passava, io non riuscivo a parlarle che di cose inerenti l’incarico affidatoci. L’ultima volta che la vidi, il pesce luna era disposto orizzontalmente su un grande tavolo; l’intera figura aveva riacquistato colore. La luce naturale che penetrava dall’ampia finestra e che si rifletteva sulla pelle, creava falsi effetti di movimento. L’animale pareva avere qualche debole fremito, qualche breve contrazione. Rimaneva una piccola lacerazione da ricucire, proprio a lato della bocca. Lo specialista dei rattoppi ero io, me ne sarei occupato il giorno dopo, da solo.

- Che dici? Abbiamo fatto un bel lavoro, no?- Ricordo che così dicendo allungò la mano per stringere la mia, compiaciuta. Ma quel gesto voleva anche essere un saluto, un addio. Il nostro compito era finito, e dal giorno seguente solo il caso me l’avrebbe fatta incontrare di nuovo. Ora sorrido pensando a ciò che feci dopo...

Le chiesi di sedersi perché avevo qualcosa da dirle. Non so come abbia fatto a rimanere seria, a non scoppiare a ridere. Con gli occhi bassi e l’espressione concentrata trovai la forza di dichiararmi, di dirle che mi piaceva, che la trovavo dolce ed attraente; lo feci parlando a macchinetta, sbagliando tutte le pause, persino la respirazione. La vidi arrossire. Poi disse che era confusa ed insieme lusingata, che dato il mio atteggiamento nei suoi confronti… sempre e solo amicale, non avrebbe mai pensato nulla di simile. Aggiunse che doveva riordinare le idee e che ne avremmo riparlato. Mi sembrò prendesse tempo semplicemente per non ferirmi, questo attutì il colpo.

Dieci anni sono passati e a dire il vero mi sembrano il doppio. Che fine avrà fatto? Sarà sposata? Sì, certo, è ovvio. Era così carina… certo, non che dipenda solo da quello…

Stavo ancora pensando a lei quando uno degli studenti disse (ma forse dovrei dire urlò):

- Hei “raga!” Guardate il big sogliola, ha qualcosa in bocca…

Il pesce luna era stato calato fino a circa due metri da terra. Ne riconobbi ogni lineamento. Mi feci largo tra i ragazzi avvicinandomi ulteriormente. In effetti, c‘era qualcosa di strano. In realtà non aveva nulla in bocca, ma s’intravedeva un taglio nella pelle, proprio a lato dell’apertura boccale che, nell’insieme, conferiva all’animale un’aria sorridente. Possibile che mi fossi dimenticato di sistemare lo strappo? Sì, doveva proprio essere andata così e col passare del tempo era aumentato di dimensioni. Poi guardai meglio ed effettivamente qualcosa sporgeva dall’apertura: un pezzetto di carta che in precedenza doveva essere stato posto un po’ più all’interno. Allungai la mano, fulmineo, ed estrassi il foglietto dalla fessura. Il custode non si accorse di nulla. Spostandomi di qualche metro, fui seguito dai ragazzi cui, invece, non era sfuggito un solo fotogramma dell’azione. Poi, per poco non svenni. Non si trattava di un semplice pezzo di carta bianca; era un biglietto scritto tanti anni prima, da una ragazza. Queste le parole:

- Anche tu mi piaci… Chiamami!

 

Seguiva un numero di telefono…

 

 

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